Scritti Misti

Finestra da seminterrato con barre di ferro

Mi siedo al tavolo da pranzo.
«Come son contenta che sei venuto a trovarmi» la nonna gracchia oltre una porta socchiusa, decorata da una tendina di pizzo. La cucina. Il suo spentolare filtra dallo spiraglio, insieme a una luce calda, tenue, da vecchio bulbo a incandescenza. Nulla illumina della stanza in cui mi trovo. Nulla, tranne il tavolo.
Ho una ciotola davanti e impugno un cucchiaio con mani da bambino. Lo affondo nella pietanza e lo porto alla bocca, ancora e ancora. E più lo faccio, più la ciotola si riempie.
«Mangia» lo spentolare diventa più forte «ti piace?» Sempre più forte.
«No…» ho la bocca piena e non riesco a parlare «bast—» il cucchiaio mi ingozza di un nuovo boccone.
«Te ne faccio ancora.» Lo sbattere di mestoli e padelle diventa un fracasso.
I pantaloni mi stringono in vita e mi fa male la pancia, «non ce la faccio più.»
Il rumore si interrompe. Un’ombra si staglia sulla tenda, sempre più vicina. Ha una crocchia e una ciotola in mano «mangia a nonna,» la porta cigola e l’ombra si allunga sul pavimento, «mangia che è buono.»
Apro la bocca, voglio urlare ma non esce alcun suono. Un cucchiaio si avvicina. «No!»
Apro gli occhi sulla sagoma scura del lampadario di cristallo. La coperta mi avvolge calda. Sono a letto. Allungo la mano verso il comodino per prendere il cellulare ma urto qualcosa, che cade. Una cornice si è rovesciata vicino a un rosario. La risollevo, è una foto del nonno. Il telefono non c’è. Attorno, addossate a ogni parete, pile di scatoloni e valigie. «Dove l’ho messo?»
Uno spentolio rompe il silenzio. Pochi secondi, smette. Rimango congelato ad ascoltare nel buio. Una persiana sbatte nel vento. Mi rilasso «dev’essere caduto qualcosa». Di nuovo lo spentolio, più forte. «Diavolo ma cosa c’è?»
Ho il ventre contratto e le dita dei piedi arricciate. Scosto la coperta. La stanza è gelida. Mi metto seduto e schiaccio l’interuttore. La luce non si accende. Di nuovo lo spentolio, viene da basso. «Che siano ladri?»
Scendo? Non scendo? Del telefono nessuna traccia. Di giù dovrebbe esserci il telefono a rotella, non lo ha mai cambiato. Se faccio piano…
Una porta sbatte. «Non sono molto discreti» mi alzo e sbircio fuori dalla stanza. Il ballatoio è deserto. Raggiungo le scale in punta di piedi. L’ingresso è intonso, e così il tinello. Il tavolino col telefono dovrebbe essere vicino alla poltrona. Strizzo gli occhi. Vicino alla poltrona… la tavola è apparecchiata. Non ho mangiato qui ieri sera.
Lo spentolio ricomincia alla mia sinistra, oltre una porta, decorata da un’orrenda tendina di pizzo.
Abbranco il primo soprammobile che mi capita a tiro. Un putto in ceramica. Bene, almeno servirà a qualcosa. Mi accosto allo stipite col putto sollevato e apro la porta di scatto. La stanza è vuota.
Il rumore attira il mio sguardo verso l’angolo più nascolto. Una stretta rampa di scale scende al seminterrato.
Aggrotto la fronte, laggiù ci sono solo libri.
Serro la presa sul putto e scendo i gradini. L’aria si fa ancora più fredda e si impregna dell’odore di muffo, ma non è solo quello. C’è qualcosa sotto. Gradino dopo gradino, nell’odore umido di libri marci si insinua un tanfo dolciastro di compostabile che mi fa arricciare il naso.
In fondo, la cantina è piena di casse mai viste prima. Verdura, carne, pesce. Tutto marcio. Sotto la finestra, su un tavolaccio, c’è un libro aperto.
Le pagine crepitano polverose a un vento improvviso. Le fermo, sono umide sugli angoli come fosse stato letto di recente. Non riesco a leggere, ma le pagine ricordano un qualche ricettario. Chiudo per vedere il titolo. La copertina è viscida e mi lascia sulle dita una sensazione di unto.
«Sei smagrito» il gracchiare di mia nonna mi sorprende da dietro.
Nessuno.
«È uno scherzo?» Sollevo il putto. «Chi siete?» Avanzo due passi.
Una goccia cade dal tavolaccio. Mi volto.
Una sagoma minuta, opaca si frappone tra me e il libro. Ha una crocchia. «Mangia a nonna». Mi porge una ciotola. Dentro, un miscuglio putrido e nerastro di ossa e liquami brulica di larve e lombrichi. Un sorriso troppo largo per essere umano le taglia il volto. «Mangia che è buono.»